Con l’entrata in vigore del nuovo Trattato internazionale sulla biodiversità marina nelle aree al di fuori delle giurisdizioni nazionali, la comunità internazionale compie un passo atteso da anni verso una gestione più responsabile e condivisa degli oceani. Le cosiddette acque internazionali, che rappresentano la parte più estesa e al tempo stesso più fragile del patrimonio marino globale, dispongono ora di un quadro normativo comune che consente finalmente di passare dai principi alle azioni.
Il Trattato nasce da un lungo lavoro multilaterale e introduce strumenti operativi fino ad oggi assenti. Tra questi vi è la possibilità di istituire aree marine protette in mare aperto, di sottoporre le attività con potenziali impatti ambientali a valutazioni preventive e di rafforzare la cooperazione scientifica e tecnologica tra Stati. Non si tratta di un documento simbolico, ma di un meccanismo pensato per incidere concretamente sulla tutela degli ecosistemi marini, sempre più esposti agli effetti combinati del cambiamento climatico, dello sfruttamento eccessivo delle risorse e dell’inquinamento.
Per la World Organization of States – International Parliament for Safety and Peace, l’entrata in vigore del Trattato rappresenta un segnale importante sul valore della responsabilità collettiva e della cooperazione tra Stati, soprattutto quando sono in gioco beni comuni che non appartengono a nessun Paese in particolare, ma all’intera umanità. La protezione degli oceani non è soltanto una questione ambientale, ma anche economica, sociale e di sicurezza, poiché milioni di persone dipendono direttamente dal mare per il proprio sostentamento e la propria stabilità.
In questo contesto, Ambasciatore at Large Alfredo Maiolese, Segretario Generale del WOS-IPSP, ha dichiarato:
“Questo Trattato dimostra che, quando gli Stati scelgono il dialogo e la cooperazione invece della frammentazione, è possibile proteggere ciò che appartiene a tutti. Gli oceani sono un patrimonio condiviso e la loro tutela è una responsabilità morale e politica verso le generazioni future.”
L’attenzione si sposta ora sulla fase di attuazione. Sarà decisivo che gli Stati traducano gli impegni assunti in politiche efficaci, risorse adeguate e collaborazione reale, affinché il Trattato non resti solo un riferimento giuridico, ma diventi uno strumento capace di produrre risultati misurabili. In questa prospettiva, il ruolo delle organizzazioni internazionali e dei parlamenti multilaterali resta fondamentale per accompagnare, monitorare e sostenere il processo.
L’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare non chiude un percorso, ma ne apre uno nuovo. È un passaggio che rafforza l’idea di una governance globale basata sulla responsabilità condivisa e sul rispetto dell’equilibrio tra sviluppo e tutela ambientale, un equilibrio senza il quale non può esistere una pace duratura né una sicurezza reale.


